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Tino Tracanna: L'arte della sintesi AllaboutJazz

Double Cut

All About Jazz

Angelo Leonardi
March 5, 2021

La pubblicazione dell'ultimo album di Tino Tracanna, Distilled, che è anche il debutto discografico del nuovo trio, ci ha dato l'occasione per parlare con uno dei protagonisti del jazz in Italia. Alla presentazione del nuovo lavoro segue un'ampia discussione sugli elementi costitutivi della sua musica, sugli artisti a lui più cari, sulla didattica nei mesi di lockdown e sui progetti futuri.

All About Jazz Italia: Da qualche settimana è stato pubblicato dall'etichetta Parco della Musica l'album Distilled, un tuo trio con Giulio Corini al contrabbasso e Vittorio Marinoni alla batteria. La formazione esiste da quasi un decennio e finalmente è possibile ascoltarla su disco. Ci puoi sintetizzare il percorso della formazione?

Tino Tracanna: Conosco Vittorio Marinoni fin da quando eravamo ragazzi e spesso ci siamo promessi di fare qualcosa insieme. Giulio Corini lo conosco da circa dieci anni e grosso modo in quel periodo è iniziata quest'esperienza che poi si è allargata a Double Cut, un quartetto con due sassofoni con Massimiliano Milesi, Filippo Sala e appunto Giulio Corini, col quale ho inciso due album e siamo in procinto di registrarne un terzo per il Parco della Musica. Nel trio portavo pezzi che avevo scritto in quel periodo o altri a cui ero affezionato e che mi piaceva rielaborare, una situazione in cui mi piaceva sperimentare senza particolari tagli progettuali. Da subito mi sono accorto però che il trio esprimeva un carattere ed un sound originale e mi ci sono appassionato particolarmente.

Nel repertorio oltre gli originali poteva capitare anche qualche standard, spesso dal repertorio di Monk, la cui idea compositiva mi piace molto e si presta anche al trio. Dopo tanti anni che suono mi sono reso conto che più il gruppo è ridotto, meno devi suonare. È paradossale. Quando sei in un duo o in trio e cerchi di riempire non funziona. Devi essere ancor più preciso e concreto, in modo da comunicare con chiarezza ed efficacia le idee che hai in testa. In quello che faccio mi pongo il problema della chiarezza e possibilmente quello della semplicità e mi piace essere sintetico... mi piace ripulire la musica dall'inutile. Poi ci sono dei brani dove entra in ballo l'energia e la gestualità che diventano complementari a questa impostazione. Non so se mi sono spiegato....

AAJ: Molto bene, direi, e ascoltando il disco mi pare evidente. L'essenzialità espressiva di cui parli si nota nell'equilibrio tra forma e libera improvvisazione e nell'interplay molto fluido. Io ho apprezzato molto la bellezza del suono e la chiarezza degli interventi, tutte cose che rendono la musica immediatamente attrattiva, a dispetto della formula strumentale un po' impegnativa per l'ascoltatore...

TT: Effettivamente il trio è una formula difficile. Timbricamente il trio è asciutto, concede poco, tutti gli strumenti sono monodici ed il suono complessivo può risultare dal punto di vista dei colori avaro. Per questo è importante essere concreti e condividere insieme un'idea precisa. Nel disco ci sono sia brani dalle strutture molto complesse sia altri più liberi, con diverse dinamiche anche dal punto di vista della densità e dell'organizzazione formale. Il suono inoltre è di ottima qualità grazie allo studio di Amerio dove è stato registrato. È stata una sessione di registrazione fortunata. Tu sai che può benissimo capitare la giornata storta e non sempre va tutto bene. Per fortuna in studio c'era un'atmosfera rilassata che ci ha permesso di fare tutto quello che era necessario alla musica, senza la tentazione di forzare le situazioni. Le cose vanno bene quando ognuno fa qualcosa e tutti insieme si fa una cosa sola. Piuttosto di preoccuparti di fare un gran solo ti preoccupi di fare quello che serve alla musica in maniera che il brano sia veramente costruito insieme, che viva della comunicazione tra i musicisti e diventi un'opera compiuta rifuggendo possibilmente dall'esibizione per l'esibizione. Da questo punto di vista il trio è una formazione particolare perché ti può permettere di interagire contemporaneamente con tutti e tre i musicisti in tempo reale mentre in un quartetto o quintetto più facilmente si creano degli assi interni di comunicazione tra i musicisti.

AAJ: A ben vedere nella storia del jazz i dischi in pianoless trio sono non sono poi molti, relativamente parlando...

TT: Tra l'altro molti dal vivo e probabilmente mai concepiti per essere registrati in studio, come quello di Sonny Rollins al Village Vanguard o The State of Tenor di Joe Henderson. Aggiungo altri live. Il trio intensissimo e lacerante del secondo Ornette Coleman registrato a Stoccolma al Golden Circle e quello magnifico di Sam Rivers con Dave Holland e Barry Altschul, che ho avuto il piacere di sentire dal vivo. Fantastico!

Da ragazzo sono rimasto molto colpito anche da The Trio di John Surman, da certe cose di Henry Threadgill con gli Air e da Star di Jan Garbarek. Anche se si tratta di tutt'altro organico voglio ricordare anche il capolavoro di Jimmy Giuffre Western Suite con Bob Brookmeyer e Jim Hall, un'opera molto interessante che va oltre il jazz ma la cui concezione e atmosfera mi hanno colpito. Poi ci sono altri album più recenti come Trios di Joshua Redman o Act I&II di Ben Wendel ma l'idea lì è già diversa. Nonostante questo elenco, i dischi in trio sax, basso, batteria sono infinitamente meno numerosi di quelli in quartetto o quintetto.

AAJ: Come dicevamo uno dei brani del disco è "Misterioso" e conferma la tua devozione per Monk. Qual è la lezione principale che hai preso da lui?

TT: Nel grande repertorio classico creato dai jazzisti il corpo compositivo di Monk resta tra i più eseguiti per freschezza e modernità. Si pone come un eterno musicale. Infatti, se senti un tema bop percepisci subito una collocazione storica mentre i temi di Monk trovano sempre facilmente una loro ragione estetica in ogni tempo. Di lui mi piace l'essenzialità delle melodie, bizzarre spigolose, imprevedibili e a volte dolcissime e le sue armonie "storte." I suoi brani sono complicati da suonare bene. Con parecchi standard puoi permetterti di suonare un buon tema e poi partire per la tangente, certi temi infatti a volte sono poco più che un pretesto per improvvisare ma se fai così con Monk non funziona. Non puoi suonare solo sulle armonie, devi restare sempre vincolato al tema perché è così forte che non lo puoi ignorare. Prendere un nucleo tematico e svilupparlo è l'impresa più difficile per chi improvvisa ma è anche la via per creare qualcosa di veramente efficace. Sono anni che medito un lavoro interamente dedicato a Monk, riletto in una maniera che ho in mente.

AAJ: Parliamo di Steve Lacy. So che è stato oggetto di un tuo recente progetto in duo con Umberto Petrin. Purtroppo non l'ho ascoltato.... ma non c'è niente di inciso mi pare...

TT: No, non c'è nulla. Abbiamo suonato solo due volte e poi è arrivata la "grande tempesta." Oltre ad essere colleghi in conservatorio ci accomuna la passione per Monk e per Steve Lacy, con cui suonai giovanissimo e a cui io ho dedicato poi la mia tesi di laurea al DAMS. Ci è venuto naturale usare questi due autori come repertorio per il duo. Le composizioni di Lacy sono poco interpretate e ben distinte da quelle di Monk ma secondo me a loro maniera risentono fortemente dell'influenza di Monk e la scelta di accomunarle la trovo funzionale. Purtroppo non abbiamo potuto sviluppare l'idea a causa del Covid ma presto la riprenderemo.

AAJ: A parte Monk, Lacy e pochi altri preferisci suonare tue composizioni. Come ti poni rispetto agli standard?

TT: Gli standard li suono volentieri e sono ovviamente materiale quotidiano in conservatorio ma la gran parte della mia carriera si è svolta interpretando musica originale mia e di molti altri musicisti, cosa che amo fare. Mi piace affrontare materiali vergini. Ho al mio attivo circa 110 album incisi come solista in quasi 40 anni di carriera e la gran parte di questi sono di musica originale di tanti bravi musicisti che mi hanno invitato nei loro gruppi e ai quali sono veramente grato per la possibilità che ho avuto. Ho comunque anche varie incisioni di standards in particolare con l'"Inside Jazz Quartet" con Massimo Colombo, Attilio Zanchi e Tommaso Bradascio con i quali abbiamo un repertorio di standard di Mingus, Strayhorn ma anche molti brani meno battuti degli anni '70, '80 e '90 con autori come Kenny Wheeler o Dave Holland compresa una bella rilettura di West Side Story del grande Leonard Bernstein con Paola Folli alla voce. Del resto quando senti Lester Young, Sonny Rollins, John Coltrane, Joe Henderson o Ben Webster è veramente molto difficile aggiungere qualcosa di più a quel repertorio.

AAJ: L'8 marzo non è solo la festa delle donne ma anche il compleanno di Franco D'Andrea che ne ottanta anni. Lo consideri un po' il tuo mentore?

TT: Assolutamente si. È quello che ha dato il via alla mia carriera e con Franco ho passato dieci anni meravigliosi. Mi ricordo che nei mesi in cui progettava il nuovo quartetto andavo a casa sua e mi faceva vedere le composizioni. Io ero alle prime esperienze importanti. Avevo un paio di gruppi a Bergamo, anche con buoni musicisti, ma mi muovevo in un territorio ancora molto limitato. Conoscevo qualcuno a Milano e ogni tanto facevo una capatina al Capolinea o alle Scimmie ma giusto poche cose. Quando mi ha chiamato Franco D'Andrea mi sono trovato di fronte a un musicista che quando improvvisava faceva delle cose pazzesche... quando nelle sue composizioni incontravo problemi particolari cercavo di farmeli chiarire e lui mi dava sempre delle indicazioni interessanti ma non troppe però, perché voleva che mi inserissi nella sua musica alla mia maniera. Insomma improvvisamente mi son trovato in un ambito veramente professionale, giravamo tutta l'Italia e l'Europa ed è stato un periodo fantastico anche se non facile, c'era una ritmica del livello di Gianni Cazzola e Attilio Zanchi e dovevo cercare di tenere testa ad un pianista come Franco, quindi capirai... Ho dovuto tirare fuori il massimo.

AAJ: E anni dopo hai iniziato un nuovo capitolo con Paolo Fresu...

TT: È stato un caso incredibile. Un giorno tornando da un concerto con D'Andrea, credo nel 1982, incontrai in un autogrill Roberto Cipelli che già conoscevo perché eravamo compagni di università al DAMS di Bologna. Stava andando insieme a Paolo Fresu proprio a Bergamo, la città dove vivo tuttora, per un concerto in un club che si chiamava Fuori Porta. "Beh allora vengo a sentirvi..." gli ho detto e lui: "Dai vieni che suoniamo un pezzo insieme !!!" . Quella sera salii sul palco e da quel momento feci parte del gruppo. Per un paio d'anni abbiamo suonato con la vecchia ritmica e poi si è creato il quintetto con Zanchi, Fioravanti e lo stesso Cipelli. Allora Paolo era ancora poco conosciuto ma aveva già uno stile e un suono splendido; cosa abbia combinato con Paolo dopo lo sai bene!

AAJ: Una domanda d'obbligo in questi mesi di pandemia. Quanto stanno influendo queste lunghe restrizioni sulla tua vita, sia come musicista che come cittadino?

TT: In generale sulla musica ha un impatto devastante. Nella piccola finestra che s'è aperta l'estate scorsa mi sono reso conto che la gente aveva tanta voglia di ascoltare musica dal vivo e questo mi fa un po' sperare ma mi rendo conto che in generale la percezione dei problemi della cultura e in particolare della musica è quasi inesistente. Se ne sente parlare? Non voglio lamentarmi della classe politica, è troppo facile. È un nostro problema culturale presente, insieme a molti altri, in quasi tutti gli ambiti. Non c'è sensibilità profonda rispetto al valore educativo della musica, del suonare insieme, valore ben conosciuto ad esempio nei paesi del nord Europa e negli Stati Uniti dove ogni scuola ha un'orchestra. Da noi è qualcosa che viene percepito come futile e superficiale, comunque legato all'evasione, al non indispensabile da sfruttare eventualmente per l'apparenza o il consenso. La condizione attuale si somma poi agli enormi problemi che già c'erano, problemi di organizzazione, di legislazione, di fiscalità che tarpano le ali a musicisti e anche agli organizzatori. Risolvere anche solo questi ultimi, (e non ci vorrebbe molto dato che non si tratta di spendere) sarebbe un passo avanti enorme. Per quanto riguarda il mio privato in questo periodo è stata una bellissima esperienza il concerto in ricordo dell'olocausto con l'Orchestra Verdi di Milano e gli arrangiamenti di brani di Morricone realizzati da Pino Iodice trasmesso su RAI 5 lo scorso 27 gennaio. Per il resto non ci sono state occasioni.

AAJ: Al conservatorio fai lezioni in presenza?

TT: Faccio lezione in presenza perché non sopporto insegnare on line, non ce la faccio proprio. Ho un'ottima classe e i ragazzi hanno una voglia pazzesca di suonare.

AAJ: Hai qualche progetto che vorresti realizzare?

TT: Di imminente c'è la registrazione del terzo disco col quartetto Double Cut per l'etichetta Il Parco della Musica ma anche lì siamo bloccati con questo maledetto Covid. Avrei tanti altri progetti nel cassetto compresa una selezione di miei brani che mi piacerebbe provare a riarrangiare con una voce e dei testi. Altro progetto che mi piacerebbe incidere è quello sulle musiche di West Side Story di Leonard Bernstein. L'abbiamo realizzato lo scorso anno con l'Inside Jazz Quartet, una piccola orchestra e la voce di Paola Folli, molto bello. C'è inoltre un progetto con Francesco D'Auria che spero venga alla luce presto. Di Monk ti ho già detto. Da qualche tempo sto elaborando anche un progetto per la realizzazione di una piccola orchestra che raccolga i migliori giovani musicisti e arrangiatori della mia area. Speriamo di riuscire a realizzare il progetto.

AAJ: Come vedi i nuovi supporti musicali? Dal mio punto di vista il fatto di ascoltare la musica senza un supporto fisico è più devastante di quanto si creda. L'ascolto delle giovani generazioni sulle piattaforme web—che sono supporti liquidi per dirla con Bauman—facilita anche il formarsi di una conoscenza liquida, di una mente liquida. L'opera di un musicista, che trova la sua forma in un disco fisico -per questioni oggettive come l'ascolto in un impianto hi-fi-facilita l'ascolto dal primo all'ultimo brano, consente l'approfondimento e stimola la collocazione storica dell'opera e dell'artista. Invece l'ascolto liquido, disincarnato dalla fisicità, facilita un ascolto superficiale, in una logica da compilation dove si spizzica dal brano di un autore all'altro, in un eterno presente dove tutto coesiste...

TT: Guarda, parlo continuamente di questo problema con tanti colleghi. Come musicista cerchi di realizzare un album che abbia un equilibrio e una coerenza complessiva e poi ti rendi conto che il concetto di album non esiste più. Noi ci compravamo il disco con la paghetta e ce lo consumavamo a furia di ascoltarlo mentre ora hai l'accesso gratuito a tutta la musica del mondo. Da un lato è una cosa fantastica, puoi avere stimoli incredibili, l'accesso alla conoscenza è enormemente più facile, dall'altro si tende a saltare di qui e di là, i brani si "spolverano" anziché ascoltarli e riascoltarli. Anche se un pezzo ti piace, difficilmente lo ascolti più di due volte... questa è però la realtà delle cose e magari abbiamo un gap generazionale che ci fa diffidare di queste nuove modalità di fruizione. Infatti ti devo dire che nonostante questo mi arrivano in conservatorio ragazzi nuovi che sono formidabili anche perché hanno maggior accesso alla conoscenza, maggiori sussidi didattici, corsi, scuole rispetto a noi alla loro età. Senti che magari gli manca qualcosa ma ne hanno molte altre di nuove! Questa è l'eterna sfida dell'insegnamento, vicinanza e distanza ma ti devo dire che è sempre bellissimo stare a contatto coi giovani musicisti che ti fanno percepire da vicino tutto ciò che di nuovo scorre nella musica. Mi viene in mente una discussione fatta con D'Andrea trent'anni fa, che mi è rimasta impressa. Mi raccontava che lui aveva cominciato suonando la tromba, il sax soprano, facendo dixieland e molto altro e certe cose che c'erano nella sua musica dovevano esserci e lui doveva mettercele perché facevano parte della sua storia ed erano i musicisti che venivano dopo che eventualmente potevano farne a meno. La maggior parte dei musicisti che ascoltiamo oggi, in particolare quelli americani, sono figli della prima generazione di musicisti cresciuta confrontandosi col computer (sto parlando principalmente di quelli di estrazione M-Base), possibilità che ha dato luogo ad interessantissime evoluzioni del linguaggio ma che ha necessariamente tagliato fuori alcune idee del fare jazz che non potevano convivere con questa nuova impostazione. Insomma tutto scorre e il fiume è sempre il fiume ma l'acqua che ti bagna è sempre diversa...

AAJ: Nei tuoi gruppi eviti di ospitare le cosiddette stelle, preferendo invece il lavoro coi giovani. È una scelta motivata?

TT: Si. Mi piace lavorare con gruppi di giovani perché hanno voglia di provare e mettersi in gioco. Non ho fatto quasi mai dischi ospitando delle star perché per me il valore aggiunto è un gruppo che suona insieme, prova, costruisce un linguaggio, crea un qualcosa che nasce dalle ore passate insieme a suonare. Questo è il valore aggiunto di tantissimo jazz. Chi ha creato il grande jazz? Gruppi che suonavano per settimane o mesi nei club o in tour come quelli di Ellington, Coltrane, Davis suonando spesso lo stesso repertorio sera per sera. Non avendo la possibilità di lunghe tournèe l'unica chance è provare, suonare insieme confrontarsi sul repertorio. Con Double Cut ad esempio abbiamo fatto un accurato lavoro di messa a punto del linguaggio del gruppo. L'idea di fondo è grosso modo quella del trio: nessuno strumento armonico—a parte le melodiche ed altri strumenti particolari che arricchiscono timbricamente l'organico-privilegiando un'idea di suono più essenziale. In sintesi, melodia, ritmo e armonia implicita. Ma la strada per arrivare alla definizione dell'idea, ad un sound del gruppo e alla condivisione di determinate coordinate è bella lunga! Intendiamoci, se metti insieme quattro buoni musicisti, dai loro le parti e provi un paio d'ore già puoi ottenere un buon o anche ottimo risultato ma arrivare a produrre quella forza speciale che ha un gruppo che condivide pienamente un progetto è veramente un'altra cosa.
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